Coronavirus, emozione e creatività.

In questi giorni il lavoro con i pazienti all’interno dello mio studio – virtuale – si sta concentrando principalmente su un tema: il modo in cui ciascuno sta vivendo il pericolo rappresentato dalla diffusione del covid-19. La totalità di loro percepisce un senso di minaccia, ma non tutti reagiscono allo stesso modo per farvi fronte.

Alcuni hanno una reazione di tipo fobico, ovvero si rinchiudono in casa cercando di ridurre al minimo il rischio di contagio (questo è d’altronde il comportamento che ci viene richiesto dalle istituzioni) e anticipando mentalmente non solo i compiti che richiedono di uscire di casa, ma anche i sintomi che possono indicare di aver contratto il virus, attraverso la manifestazione di ansie ipocondriache.

Altri, al contrario, hanno reazioni di tipo evitante, e utilizzano strategie cognitive per razionalizzare la realtà e distaccarsi dalla paura: in tal modo operano una scissione da ciò che sentono, arrivando a volte a negare non solo la paura, ma il pericolo stesso.

In entrambi i casi le persone sono dominate dalla paura, che prende il controllo della coscienza e sopraffà l’individuo, impedendogli di darle un significato adeguato e inibendo la sua capacità di modulazione dei comportamenti.

Bisogna dire che non tutti hanno reazioni così estreme e che molti riescono a vivere il senso del pericolo attraverso un’analisi del suo significato, che consente di riequilibrare il proprio sistema psichico e di metterlo in una relazione funzionale con l’ambiente.

La relazione terapeutica con i miei pazienti mi sta dando un punto di osservazione privilegiato sulla fenomenologia delle manifestazioni emozionali stimolate dalla diffusione del virus, e ciò mi ha spinto ad assecondare il bisogno di dare un contributo suggerendo alcuni spunti di riflessione utili a creare nel lettore una cornice di significato all’interno della quale processare ed elaborare le proprie emozioni.

Ad un’autoanalisi questa mia intenzione risponde al bisogno di uscire dal senso di impotenza che vivo in questi giorni drammatici attraverso l’attivazione di un processo psichico che chiamerò “immaginazione creativa”, concetto con il quale s’intende la creazione di immagini mentali nuove, non aderenti a schemi preesistenti, da parte della nostra corteccia cerebrale.

 

Il fantasma della morte.

Il coronavirus, dal punto di vista percettivo, è invisibile all’occhio e agli organi di senso. Dal punto di vista simbolico rappresenta un “fantasma”, ovvero qualcosa di impercettibile, potente, invasivo, capace di ridestare in ciascuno di noi angosce profonde legate al proprio senso di vulnerabilità e alla possibilità di essere invasi, di minacciare la propria integrità fisica e psichica e il proprio senso sicurezza, e infine di risvegliare in maniera potente e devastante la propria angoscia di morte.

Si tratta di un’angoscia insita nella natura stessa dell’uomo che, come ci ricorda Nietzsche, è l’unico degli animali aperto al senso, e perciò consapevole di dover morire.

Questa condizione viene ben descritta proprio dal filosofo tedesco nelle seguenti parole(Considerazioni inattuali, 1874): “Osserva il gregge che ti pascola innanzi: esso non sa che cosa sia ieri, cosa oggi, salta intorno, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato cioè al piuolo dell’istante, e perciò né triste, né tediato. Il veder ciò fa male all’uomo, perché al confronto dell’animale egli si vanta della sua umanità e, tuttavia, guarda con invidia alla felicità di quello: giacché questo soltanto egli vuole, vivere come l’animale, né tediato, né fra i dolori, e lo vuole però invano, perché non lo vuole come l’animale”.

L’invidia nei confronti dell’animale, capace di vivere pienamente il momento presente (capacità invocata nel carpe diem del poeta latino Orazio), rappresenta la proiezione dell’angoscia di morte insita nella condizione dell’essere umano.

 

Il compito della psicoterapia.

Questa differenza tra uomo e animale è il luogo del dolore, del tragico, ma anche della cura. La psicoterapia perciò, prima di inventare soluzioni ai più svariati problemi dell’esistenza, colludendo in tal modo con il desiderio di onnipotenza dell’uomo, dovrebbe aiutarlo ad accettare l’inevitabile condizione di mortalità che caratterizza la vita stessa.

Concedersi incondizionatamente al desiderio o rassegnarsi perdutamente al limite significa infatti disabilitare la condizione umana, e quindi soffrire quell’eccesso o quel difetto di misura che, con vari nomi, la psicologia descrive attraverso le sue categorie diagnostiche. Ma prima di queste c’è da capire l’essenza dell’uomo e la sua condizione mortale, e solo attraverso questo passaggio si rende possibile la conciliazione con il dolore.

Per rendere questo possibile la psicoterapia deve andare alla ricerca di quelle parole che non capita di udire ogni giorno, quelle insolite, inabituali, non corrotte dal logorio dell’abitudine, che escono dagli schemi emotivi e cognitivi dell’individuo per metterli in discussione, permettendo in tal modo una ristrutturazione delle sue mappe di riferimento.

Se tali parole non vengono trovate allora non possono essere espresse e con esse non può essere espressa quell’angoscia di cui abbiamo parlato sopra. Ma quando l’uomo non riesce a far ciò finisce per agire quel tormento interiore canalizzandolo direttamente in comportamenti e atteggiamenti che giustifica poi a posteriori per ridurre l’incoerenza che generano con il suo sistema di pensieri, valori e sentimenti. Sono questi gli agiti della paura, manifestazioni espressive di emozioni profonde spiacevoli che portano con sé una generazione di immagini mentali lenta e un ragionamento inefficiente e attingono a sorciatoie cognitive (selezione delle informazioni, generalizzazioni, pregiudizi, ruminazione mentale, ecc…) per produrre comportamenti stereotipati e spesso categorici.

Ecco che allora, di fronte al pericolo pandemico, si assiste a un’altro tipo di contagio, quello emotivo, che assume forme espressive diverse a seconda della storia dell’individuo e della sua “coazione a ripetere”, nel tentativo di ripristinare il tempo della prevedibilità e della sicurezza.

È proprio questo tempo che viene ricercato istintivamente e schematicamente a partire da emozioni primarie negative attraverso comportamenti irrazionali volti a soffocare l’angoscia atavica della nostra specie, invece che ad ascoltarla e a conferirle un senso.

Assistiamo così alla ricerca compulsiva di informazioni che confermino le nostre “tesi interne”, ovvero quelle configurazioni di immagini mentali attraverso le quali ci muoviamo nel mondo, piuttosto che aprirci alla verità, troppo difficile da digerire. E chi lo fa, e ne prende atto, per non sentire l’impotenza che ne deriva si scaglia con aggressività contro un nemico, identificato nel diverso, ovvero in colui che ostacola la realizzazione del proprio progetto di ricerca coattiva della sicurezza.

 

La creazione immaginaria.

Ma tutto ciò, che nella vita prima del coronavirus, avrebbe anche potuto continuare a essere, ora non basta più.

Si, perché ora siamo costretti a fermarci, a rimanere isolati, non possiamo più correre per fuggire dalla nostra angoscia, dobbiamo conviverci, starci insieme, essa è con noi, nella “sua” casa, ovvero nel “nostro” corpo, proprio come il virus, che anche se non ci contagia da un punto di vista organico, lo fa dal punto di vista immaginativo (in realtà anch’esso organico!).

Negarla, soffocarla, rifiutarla, non serve, porta solo al compimento di un progetto autodistruttivo, in quanto richiede la scissione schizofrenica di parti del Sè.

Ascoltarla, accettarla, significarla, per quanto doloroso possa essere, ci permette di integrare i nostri oggetti interiori – buoni e cattivi che siano – e di affrontare la situazione rimanendo “interi”, nel corpo che è psiche e nella psiche che è corpo.

In tal modo si accede a una via di fuga che non ci disintegra, ma anzi ci unisce e favorisce questo processo di ascolto e attribuzione di significato ed è quella della creazione immaginaria: tipica della specie umana, essa permette la fuga gratificante da un’oggettività dolorosa, grazie all’esistenza di una corteccia associativa capace di creare nuove strutture, quindi nuove relazioni astratte, tra gli elementi memorizzati nel sistema nervoso.

Ma tali strutture immaginarie, come abbiamo già detto, continuano ad aderire intimamente ai fatti memorizzati, ai modelli da cui scaturiscono, alle rappresentazioni del Sè e del mondo, alle proprie mappe emotive.

È necessario allora aprirsi al nuovo, accettando la realtà, per placare la paura quel tanto che basta per stimolare in noi stessi un movimento da dentro a fuori di espressività emozionale e creativa, ma anche comunicativa, per incontrarci, condividere e abbracciarci, ogni volta in maniera diversa, pur restando sempre gli stessi.

Bibliografia

Damasio Antonio, L’errore di Cartesio

Galimberti Umberto, Paesaggi dell’anima

Gazzaniga Michael S., La coscienza è un istinto

Laborit Henri, Elogio della fuga

Mattioli Gianluca, La nuova frontiera della psicanalisi: l’emozione si fa scienza





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